Yasujiro Ozu Festival Internazionale del Cortometraggio XIII Edizione
18/20/25/27 Ottobre 2005
I premi:
OZU 13
24…Eh! (Con Que…24!) di Lucas M. Figueroa
La giuria ha deciso di premiare come miglior cortometraggio assoluto l’opera dell’argentino Lucas M. Figueroa. Con que…24! Si dimostra un lavoro compatto ed efficace, in cui ben si riconosce il polso maturo nella precisa gestione di sviluppo e risultato finale.
L’autore ha realizzato un meccanismo perfettamente oliato in cui la dicotomia dei mondi rappresentati agisce su diversi piani. L’universo femminile, filmicamente relegato allo spazio della cucina, contrapposto al tragico salotto del marito, risulta volutamente più sfaccettato. Il rimorso ed il rimpianto dimorano ancora solo nell’animo della donna. La condivisione dello spazio potrà ormai avvenire solo per la celebrazione della morte.
L’intrigante meccanismo narrativo è perfettamente calzante alla dimensione del corto, con cui Figueroa riesca a convivere caricandolo di elementi abbozzati che ne determinano però la precisa connotazione estetica e sociale.
Notevole contributo alla riuscita complessiva dell’ opera è da ascriversi all’ottima prova dei protagonisti Tomás Sáez e Mabel Escaño, magistralmente diretti dall’autore, che conferma perciò il controllo e la consapevolezza del proprio percorso.
Non si potrà tacere della peculiarità ispanica del film; sovraesposta e volutamente stereotipata attraverso gli stilemi della corrida. Il corto si nutre infatti dei positivi influssi della nuova generazione di autori iberici, tra i più presenti senz’altro Alex De La Iglesia, del quale Figueroa avrebbe potuto a buon diritto sfruttare uno tra i titoli più celebri, “Crimen Perfecto” appunto. Procedendo in una leziosa analisi storiografica non si potrà trascurare la lezione di Hitchcock, nella calibrata gestione delle atmosfere thriller. Ma anche Berlanga e Ferreri, soprattutto nel periodo spagnolo, e una luminosa ferocia di matrice buñueliana.
Su questa linea quindi si inserisce perfettamente Figueroa, in un cinema dell’ eccesso, della forzatura, dell’ altalena tra paradosso e grottesco, nutrito dalla fertile ispirazione del noir.
Un felice esempio di letteratura filmica vivificata da humor nero e da escursioni nel pulp. In perfetto equilibrio tra black comedy e thriller con situazioni limitrofe allo splatter, dichiarate senza indugiare nel mostrare gli aspetti più sgradevoli o solo suggerite e sfumate, come nell’eccellente finale.
Non si rispettano quindi i canoni di una bellezza perfetta, ma se ne costruisce una ex novo, con una coerenza difficile da riscontrarsi, specie, pare un paradosso, nel formato breve.
PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA
La partita di Ade Zeno
L’opera di Ade Zeno è un interessante esperimento di camaleontismo, gioco metalinguistico apparecchiato mediante efficaci prestazioni degli attori, una messa in scena raffinata e la sapiente rarefazione degli elementi stilistici e scenografici. Lo spazio senza coordinate de La partita è campo dell’immaginario, recipiente delle attese spettatoriali, che il dispositivo garbatamente sollecita, piegandole al fine di sabotare la solidità dei nessi logici, l’apparente conseguenza dei gesti, o la sensazione di rimando a referenze istituzionali cinematografiche, ad un repertorio di ipotesti che latitano, che sono appena mimati. Il gioco parodico è così servito mediante calibrate giustapposizioni di senso, l’intenzione arbitraria e dissacrante si attua sotto il camouflage dei codici impiegati. La reinvenzione linguistica non si limita cioè alla dimensione verbale, dell’impasto fonetico improvvisato dai quattro personaggi (i due giocatori e le due voci acusmatiche, quella radiofonica e quella telefonica, ciascuno dei quali riesce anche a dare di sé una caratterizzazione peculiare nell’eloquio), ma si ripropone nella ricreazione del materiale extradiegetico, rappresentato dai sottotitoli, liberati dalla funzione traduttiva e utilizzati come sponda per suscitare effetti di ridondanza e connotazioni subliminali. Evocando la mentita permanenza della normale significazione, le due colonne parallele – della ecolalia e della didascalia – delimitano in realtà un omogeneo oscuramento del verbo, una terra di nessuno ove esplicitare per tratti repentini il gesto anarchico. La particolare chiave comica risultante si lascia apprezzare nella dilatatazione del ritmo: scelta solitamente anomala e rischiosa, dati i limiti strutturali del formato breve, in questo caso ci sembra coerentemente impiegata per mettere alla prova la tenuta dell’artificio, con esiti convincenti.
MIGLIOR REGIA
Keep Silent di Francesco Arcuri
Keep Silent ci ha colpiti per la determinazione e l’efficacia del gesto tecnico adottato dall’autore, inteso a restituire sul video la marcia stregata del passo uno, soluzione tradizionale del cinema in pellicola per ottenere l’animazione degli oggetti.
Da Segundo de Chomon a Jiří Trnka, fino alle mirabolanti invenzioni di uno Henry Selick, molti sono i nomi che potremmo associare alla vitalità di questa sorta di scuola parallela, disciplina del frankensteinismo fotografico che, giocando con l’arresto del trascinamento (e oggi meticolosamente sfruttando le possibilità dell’editing digitale), mostra una vocazione precipua alla produzione di fantasmagorie, nella saldatura più coerente tra il mondo della macchina e lo spirito stuporoso e immaginifico dell’infanzia. A questa robusta tradizione, con il suo corredo più classico di riferimenti iconologici e letterari (dai fabliaux a Lewis Carrol, Baum, Andersen etc.), guarda con lucida consapevolezza progettuale l’autoproduzione di Francesco Arcuri, conquistando un riconoscimento dalla nostra platea e dalla giuria. La padronanza dello stile emerge nell’amalgama di tutti gli elementi, a partire dalla colonna sonora appositamente composta, e pienamente rientrante nella dimensione della narratività. Il controllo assoluto del set esalta l’autorità nella direzione di attori, che tali non sono.
Ma le leggi “naturali” sottese alla produzione cinetica ci raccontano di un cosmo incessantemente rimanipolato, amorosamente pupazzato, aggiustato con pazienza di newtoniano orologiaio, e di una energia dileguata di quadro in quadro, da imprimere daccapo per piegare l’immobilità naturale alla sintesi illusionistica. L’ossatura della fiaba è mantenuta presentando il tragitto solitario di una bambola come percorso di esplorazione e ricerca, tra squarci di meraviglia e segni di incerta leggibilità, inquiete allusioni alla fugacità dell’esperienza, forse tracce di un rito apotropaico. I personaggi che animano la notte di natale sono appunto cose, oggetti, anch’essi appartenenti ai due regni della fantasia (giocattoli, biglie, burattini) e dei meccanismi di riproduzione della luce, del movimento e del suono (microsolchi, carillon, pupazzi a molla, le decorazioni dell’albero). La promiscuità dei regni può generare l’incanto plastico e poetico di una metamorfosi, di una confusione (la farfalla), ma è segnata dalla precarietà. Pure, il ritorno della bambola nel grembo di una scatola non avviene sotto il segno del ritorno alla materia inerte: calandosi all’interno, trova una sua trascendenza, in quanto fancy, evaporando nella magia di un effetto dunning.
MIGLIOR SCENEGGIATURA
San Luca e Signora di Antonio Zucconi A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili?
Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri:
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato;
Vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto
(Luca 7, 31-32)
Onde sgombrare il campo da equivoci, precisiamo subito di aver compulsato le Sacre Scritture per riprodurre il gesto del protagonista del corto di Zucconi, premiato per l’indiscussa padronanza dimostrata nel disvelarci un universo autoregolato e infinitamente attingibile, nei confortevoli ed esilaranti recessi del quale siamo introdotti in virtù del magistero dell’autore. Tentando di riprodurre un’analoga riposata neutralità dell’approccio (disposizione né devozionale né sadicamente iconoclasta) abbiamo sfogliato la stessa comunissima edizione ufficiale della CEI, divulgata urbi et orbi ad usum catechumeni.
Affrontando il motivo della divinità, che non gli è alieno (o forse sì, ma nel senso della science fiction sempre disponibile come ne L’invadenza di Azuzl firmato in coppia con Filippo Fraternali, che ci ha contagiato un anno fa…), Zucconi riesce a districarsi nel ginepraio dei massimi sistemi, evitando gli acuti striduli del bestemmiatore persecutorio come il salmodiante falsetto del dogmatico iconodulo. I suoi personaggi appaiono innocenti, forse perché abitano un contesto di vacanza ontologica, un serbatoio situazionale inadatto invece a suscitare peripezie dilemmatiche; se pure sbriciolassero e sezionassero l’oggetto libro summenzionato, lo farebbero con spirito immediato ed empirico, da osservatori di una realtà integralmente superficiale, magari per discernere la substantia di cartone compresso sotto il primo strato gommato della sovracoperta.
Il frammento in calce alle insufficienti righe del nostro encomio non vuole essere più o meno pertinente rispetto ad altre possibili citazioni. L’eroe del lieve apologo filmico affronta il testo biblico come se avesse per le mani la Traumdetung oppure, il che fa lo stesso, un manuale di ragioneria.
L’aureolato Luca del titolo NON è il terzo evangelista, né il Beato Luca Belludi da Padova, né l’asceta Luca di Demenna o il Luca di Melicuccà Vescovo. San Luca, nell’universo zucconiano è piuttosto qualcosa a metà tra uno status accessibile, una patente di competenza, un achievement: tramortita la tensione esegetica sotto i colpi del pensiero debole, il decalogo si presenta come indiscutibile scheletro testuale, scaletta performativa, specificazione di termini contrattuali, ordine del giorno.
MIGLIOR MONTAGGIO
Io so chi sono di Simone Massi
L’animazione dell’artista e disegnatore Simone Massi si aggiudica il premio per l’armonioso bilanciamento tra perizia tecnica e intuizione espressiva, per la felicità del tratto e l’esito pienamente accattivante dell’impegnativo procedimento adottato. Il tema scelto, battezzato dal titolo dell’opera, si presenta come una declinazione poetica dell’istanza identitaria e si presta ad una riflessione sintetica ed emozionante sul senso della rimembranza. La memoria e il radicamento chiamati in causa non sfuggono alla mobilizzazione e alla reinvenzione del segno, alla presentazione fluida e coreutica dei referenti simbolici. Al centro dell’immagine prendono corpo e si inseguono, si allacciano, oggetti affettivi e perciò transitori, la cui scaturigine può essere tanto soggettiva e personale che civile e collettiva: non sono prelevati da un rigido e fisso catalogo istituzionale, ma anzi suggeriscono le nozze, l’intercessione di ricordo e fantasia.
Cineasta “one man band”, Massi tuttavia sceglie per introdurre e accompagnare la suggestiva danza dei suoi frame, i due elementi – gli unici non eidetici, non grafici – della voce narrante e della fisarmonica: questi necessari e non invasivi coadiutori istituiscono un delicato tramite acusmatico con la referenza vitale che precede, sospinge e nutre l’immaginazione..
MIGLIOR COLONNA SONORA ORIGINALE
Pac, The Man di Niccolò Castelli
Nel motivare l’assegnazione del premio alla miglior colonna sonora originale all’opera di Castelli si dovrà valutare preliminarmente lo sposalizio tra mondo visivo e sonoro.
L’ambientazione del corto, trionfalmente legata ad un decennio, l’ottanta, è resa vivida da una coerente e complementare stesura di testo musicale, concettuale e visivo.
I rimandi inevitabili vanno ai profeti dell’elettronica mitteleuropea, in particolare all’opera di formazioni come Kraftwerk, la cui titolistica abbraccia a pieno la sostanza del corto. Lavori come “Man Machine” o “Computer World”, sembrano suggerire alternative efficaci al pur felicissimo rimando alla mitologia del video games.
L’area dell’udibile regge splendidamente in maniera autonoma, pur identificandosi come complemento necessario alla struttura filmica. In questo senso il lavoro ascrivibile ad Alessandro Broggini ha valenza (anche) autoreferenziale, pur procedendo chiaramente in maniera parallela allo sviluppo grafico-visivo. La colonna sonora è qui polivalente nella sua dimensione strumentale e compositiva grazie alla quale può reggere come oggetto d’analisi su differenti piani dell’esperienza filmica. I meriti del regista-autore infatti restano ben visibili (ed udibili) nel pregevole sodalizio ritmico tra traccia sonora e montaggio visivo.
Non è un film di parola, volutamente relegata ad un secondo ordine d’importanza, è viceversa un film d’immagine e di tesi. Una tesi chiara e ben calibrata alle esigenze della narrazione, specie nel formato breve. In quest’ottica la stampella musicale si fa protagonista e portatrice paritaria dell’istanza concettuale della sceneggiatura. I rimandi esclusivamente musicali ad una visionarietà tipica dell’estetica dell’uomo macchina di kraftwerkiana memoria uniti al contrappunto iperreale della macchina da presa, fanno preferire Pac, The Man quale ottimo esempio di favolistica didascalica postmoderna.
PREMIO LOCALE
La sfida del secolo di Stefano Sgarbi e Stefano Zelotti
Per l’esordio nei circuiti ufficiali, il duo mirandolese Digital fly confeziona un garbato e meritorio esercizio che omaggia il cinema delle origini (mantenendo una rispettosa distanza di meditazione) memore della lezione di maestri come Mack Sennet, Keaton e Fatty Arbuckle, etc.
Anzi a ben vedere, la scansione degli episodi in cui si articola la sfida sembra ricalcata sulla costrizione dei film one-reel, e la scelta dell’inquadratura fissa in profondità di campo, con relativa suddivisione dei piani spaziali, rilancia la memoria fino alle pionieristiche radici delle comiche, al celebre Arroseur et arrosé. Anche il sonoro è utilizzato, ma quasi unicamente in funzione di commento e rinforzo dello spirito archeologico che tiene insieme tutta l’operazione, delegando invece alla mimica elementare e all’orchestrazione dell’andirivieni dei personaggi dentro e fuori del quadro le principali funzioni esplicative e sintetiche. L’immagine, per la scelta della porzione di paesaggio inquadrata e il mancato ricorso alle possibilità caratterizzanti del volto umano, tende all’astrazione degli elementi, introdotti con parsimonia di effetti. Solo l’ultimo segmento del video (che celebra l’ultima decade del XX secolo, marcandone l’anima high-tech) presenta non a caso qualche soluzione di montaggio digitale: ma si tratta di trucchi la cui ironica naiveté non contraddice l’impronta complessiva del lavoro.
XIII – 2005
Yasujiro Ozu Festival Internazionale del Cortometraggio XIII Edizione
18/20/25/27 Ottobre 2005
I premi:
OZU 13
24…Eh! (Con Que…24!) di Lucas M. Figueroa
La giuria ha deciso di premiare come miglior cortometraggio assoluto l’opera dell’argentino Lucas M. Figueroa. Con que…24! Si dimostra un lavoro compatto ed efficace, in cui ben si riconosce il polso maturo nella precisa gestione di sviluppo e risultato finale.
L’autore ha realizzato un meccanismo perfettamente oliato in cui la dicotomia dei mondi rappresentati agisce su diversi piani. L’universo femminile, filmicamente relegato allo spazio della cucina, contrapposto al tragico salotto del marito, risulta volutamente più sfaccettato. Il rimorso ed il rimpianto dimorano ancora solo nell’animo della donna. La condivisione dello spazio potrà ormai avvenire solo per la celebrazione della morte.
L’intrigante meccanismo narrativo è perfettamente calzante alla dimensione del corto, con cui Figueroa riesca a convivere caricandolo di elementi abbozzati che ne determinano però la precisa connotazione estetica e sociale.
Notevole contributo alla riuscita complessiva dell’ opera è da ascriversi all’ottima prova dei protagonisti Tomás Sáez e Mabel Escaño, magistralmente diretti dall’autore, che conferma perciò il controllo e la consapevolezza del proprio percorso.
Non si potrà tacere della peculiarità ispanica del film; sovraesposta e volutamente stereotipata attraverso gli stilemi della corrida. Il corto si nutre infatti dei positivi influssi della nuova generazione di autori iberici, tra i più presenti senz’altro Alex De La Iglesia, del quale Figueroa avrebbe potuto a buon diritto sfruttare uno tra i titoli più celebri, “Crimen Perfecto” appunto. Procedendo in una leziosa analisi storiografica non si potrà trascurare la lezione di Hitchcock, nella calibrata gestione delle atmosfere thriller. Ma anche Berlanga e Ferreri, soprattutto nel periodo spagnolo, e una luminosa ferocia di matrice buñueliana.
Su questa linea quindi si inserisce perfettamente Figueroa, in un cinema dell’ eccesso, della forzatura, dell’ altalena tra paradosso e grottesco, nutrito dalla fertile ispirazione del noir.
Un felice esempio di letteratura filmica vivificata da humor nero e da escursioni nel pulp. In perfetto equilibrio tra black comedy e thriller con situazioni limitrofe allo splatter, dichiarate senza indugiare nel mostrare gli aspetti più sgradevoli o solo suggerite e sfumate, come nell’eccellente finale.
Non si rispettano quindi i canoni di una bellezza perfetta, ma se ne costruisce una ex novo, con una coerenza difficile da riscontrarsi, specie, pare un paradosso, nel formato breve.
PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA
La partita di Ade Zeno
L’opera di Ade Zeno è un interessante esperimento di camaleontismo, gioco metalinguistico apparecchiato mediante efficaci prestazioni degli attori, una messa in scena raffinata e la sapiente rarefazione degli elementi stilistici e scenografici. Lo spazio senza coordinate de La partita è campo dell’immaginario, recipiente delle attese spettatoriali, che il dispositivo garbatamente sollecita, piegandole al fine di sabotare la solidità dei nessi logici, l’apparente conseguenza dei gesti, o la sensazione di rimando a referenze istituzionali cinematografiche, ad un repertorio di ipotesti che latitano, che sono appena mimati. Il gioco parodico è così servito mediante calibrate giustapposizioni di senso, l’intenzione arbitraria e dissacrante si attua sotto il camouflage dei codici impiegati. La reinvenzione linguistica non si limita cioè alla dimensione verbale, dell’impasto fonetico improvvisato dai quattro personaggi (i due giocatori e le due voci acusmatiche, quella radiofonica e quella telefonica, ciascuno dei quali riesce anche a dare di sé una caratterizzazione peculiare nell’eloquio), ma si ripropone nella ricreazione del materiale extradiegetico, rappresentato dai sottotitoli, liberati dalla funzione traduttiva e utilizzati come sponda per suscitare effetti di ridondanza e connotazioni subliminali. Evocando la mentita permanenza della normale significazione, le due colonne parallele – della ecolalia e della didascalia – delimitano in realtà un omogeneo oscuramento del verbo, una terra di nessuno ove esplicitare per tratti repentini il gesto anarchico. La particolare chiave comica risultante si lascia apprezzare nella dilatatazione del ritmo: scelta solitamente anomala e rischiosa, dati i limiti strutturali del formato breve, in questo caso ci sembra coerentemente impiegata per mettere alla prova la tenuta dell’artificio, con esiti convincenti.
MIGLIOR REGIA
Keep Silent di Francesco Arcuri
Keep Silent ci ha colpiti per la determinazione e l’efficacia del gesto tecnico adottato dall’autore, inteso a restituire sul video la marcia stregata del passo uno, soluzione tradizionale del cinema in pellicola per ottenere l’animazione degli oggetti.
Da Segundo de Chomon a Jiří Trnka, fino alle mirabolanti invenzioni di uno Henry Selick, molti sono i nomi che potremmo associare alla vitalità di questa sorta di scuola parallela, disciplina del frankensteinismo fotografico che, giocando con l’arresto del trascinamento (e oggi meticolosamente sfruttando le possibilità dell’editing digitale), mostra una vocazione precipua alla produzione di fantasmagorie, nella saldatura più coerente tra il mondo della macchina e lo spirito stuporoso e immaginifico dell’infanzia. A questa robusta tradizione, con il suo corredo più classico di riferimenti iconologici e letterari (dai fabliaux a Lewis Carrol, Baum, Andersen etc.), guarda con lucida consapevolezza progettuale l’autoproduzione di Francesco Arcuri, conquistando un riconoscimento dalla nostra platea e dalla giuria. La padronanza dello stile emerge nell’amalgama di tutti gli elementi, a partire dalla colonna sonora appositamente composta, e pienamente rientrante nella dimensione della narratività. Il controllo assoluto del set esalta l’autorità nella direzione di attori, che tali non sono.
Ma le leggi “naturali” sottese alla produzione cinetica ci raccontano di un cosmo incessantemente rimanipolato, amorosamente pupazzato, aggiustato con pazienza di newtoniano orologiaio, e di una energia dileguata di quadro in quadro, da imprimere daccapo per piegare l’immobilità naturale alla sintesi illusionistica. L’ossatura della fiaba è mantenuta presentando il tragitto solitario di una bambola come percorso di esplorazione e ricerca, tra squarci di meraviglia e segni di incerta leggibilità, inquiete allusioni alla fugacità dell’esperienza, forse tracce di un rito apotropaico. I personaggi che animano la notte di natale sono appunto cose, oggetti, anch’essi appartenenti ai due regni della fantasia (giocattoli, biglie, burattini) e dei meccanismi di riproduzione della luce, del movimento e del suono (microsolchi, carillon, pupazzi a molla, le decorazioni dell’albero). La promiscuità dei regni può generare l’incanto plastico e poetico di una metamorfosi, di una confusione (la farfalla), ma è segnata dalla precarietà. Pure, il ritorno della bambola nel grembo di una scatola non avviene sotto il segno del ritorno alla materia inerte: calandosi all’interno, trova una sua trascendenza, in quanto fancy, evaporando nella magia di un effetto dunning.
MIGLIOR SCENEGGIATURA
San Luca e Signora di Antonio Zucconi
A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili?
Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri:
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato;
Vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto
(Luca 7, 31-32)
Onde sgombrare il campo da equivoci, precisiamo subito di aver compulsato le Sacre Scritture per riprodurre il gesto del protagonista del corto di Zucconi, premiato per l’indiscussa padronanza dimostrata nel disvelarci un universo autoregolato e infinitamente attingibile, nei confortevoli ed esilaranti recessi del quale siamo introdotti in virtù del magistero dell’autore. Tentando di riprodurre un’analoga riposata neutralità dell’approccio (disposizione né devozionale né sadicamente iconoclasta) abbiamo sfogliato la stessa comunissima edizione ufficiale della CEI, divulgata urbi et orbi ad usum catechumeni.
Affrontando il motivo della divinità, che non gli è alieno (o forse sì, ma nel senso della science fiction sempre disponibile come ne L’invadenza di Azuzl firmato in coppia con Filippo Fraternali, che ci ha contagiato un anno fa…), Zucconi riesce a districarsi nel ginepraio dei massimi sistemi, evitando gli acuti striduli del bestemmiatore persecutorio come il salmodiante falsetto del dogmatico iconodulo. I suoi personaggi appaiono innocenti, forse perché abitano un contesto di vacanza ontologica, un serbatoio situazionale inadatto invece a suscitare peripezie dilemmatiche; se pure sbriciolassero e sezionassero l’oggetto libro summenzionato, lo farebbero con spirito immediato ed empirico, da osservatori di una realtà integralmente superficiale, magari per discernere la substantia di cartone compresso sotto il primo strato gommato della sovracoperta.
Il frammento in calce alle insufficienti righe del nostro encomio non vuole essere più o meno pertinente rispetto ad altre possibili citazioni. L’eroe del lieve apologo filmico affronta il testo biblico come se avesse per le mani la Traumdetung oppure, il che fa lo stesso, un manuale di ragioneria.
L’aureolato Luca del titolo NON è il terzo evangelista, né il Beato Luca Belludi da Padova, né l’asceta Luca di Demenna o il Luca di Melicuccà Vescovo. San Luca, nell’universo zucconiano è piuttosto qualcosa a metà tra uno status accessibile, una patente di competenza, un achievement: tramortita la tensione esegetica sotto i colpi del pensiero debole, il decalogo si presenta come indiscutibile scheletro testuale, scaletta performativa, specificazione di termini contrattuali, ordine del giorno.
MIGLIOR MONTAGGIO
Io so chi sono di Simone Massi
L’animazione dell’artista e disegnatore Simone Massi si aggiudica il premio per l’armonioso bilanciamento tra perizia tecnica e intuizione espressiva, per la felicità del tratto e l’esito pienamente accattivante dell’impegnativo procedimento adottato. Il tema scelto, battezzato dal titolo dell’opera, si presenta come una declinazione poetica dell’istanza identitaria e si presta ad una riflessione sintetica ed emozionante sul senso della rimembranza. La memoria e il radicamento chiamati in causa non sfuggono alla mobilizzazione e alla reinvenzione del segno, alla presentazione fluida e coreutica dei referenti simbolici. Al centro dell’immagine prendono corpo e si inseguono, si allacciano, oggetti affettivi e perciò transitori, la cui scaturigine può essere tanto soggettiva e personale che civile e collettiva: non sono prelevati da un rigido e fisso catalogo istituzionale, ma anzi suggeriscono le nozze, l’intercessione di ricordo e fantasia.
Cineasta “one man band”, Massi tuttavia sceglie per introdurre e accompagnare la suggestiva danza dei suoi frame, i due elementi – gli unici non eidetici, non grafici – della voce narrante e della fisarmonica: questi necessari e non invasivi coadiutori istituiscono un delicato tramite acusmatico con la referenza vitale che precede, sospinge e nutre l’immaginazione..
MIGLIOR COLONNA SONORA ORIGINALE
Pac, The Man di Niccolò Castelli
Nel motivare l’assegnazione del premio alla miglior colonna sonora originale all’opera di Castelli si dovrà valutare preliminarmente lo sposalizio tra mondo visivo e sonoro.
L’ambientazione del corto, trionfalmente legata ad un decennio, l’ottanta, è resa vivida da una coerente e complementare stesura di testo musicale, concettuale e visivo.
I rimandi inevitabili vanno ai profeti dell’elettronica mitteleuropea, in particolare all’opera di formazioni come Kraftwerk, la cui titolistica abbraccia a pieno la sostanza del corto. Lavori come “Man Machine” o “Computer World”, sembrano suggerire alternative efficaci al pur felicissimo rimando alla mitologia del video games.
L’area dell’udibile regge splendidamente in maniera autonoma, pur identificandosi come complemento necessario alla struttura filmica. In questo senso il lavoro ascrivibile ad Alessandro Broggini ha valenza (anche) autoreferenziale, pur procedendo chiaramente in maniera parallela allo sviluppo grafico-visivo. La colonna sonora è qui polivalente nella sua dimensione strumentale e compositiva grazie alla quale può reggere come oggetto d’analisi su differenti piani dell’esperienza filmica. I meriti del regista-autore infatti restano ben visibili (ed udibili) nel pregevole sodalizio ritmico tra traccia sonora e montaggio visivo.
Non è un film di parola, volutamente relegata ad un secondo ordine d’importanza, è viceversa un film d’immagine e di tesi. Una tesi chiara e ben calibrata alle esigenze della narrazione, specie nel formato breve. In quest’ottica la stampella musicale si fa protagonista e portatrice paritaria dell’istanza concettuale della sceneggiatura. I rimandi esclusivamente musicali ad una visionarietà tipica dell’estetica dell’uomo macchina di kraftwerkiana memoria uniti al contrappunto iperreale della macchina da presa, fanno preferire Pac, The Man quale ottimo esempio di favolistica didascalica postmoderna.
PREMIO LOCALE
La sfida del secolo di Stefano Sgarbi e Stefano Zelotti
Per l’esordio nei circuiti ufficiali, il duo mirandolese Digital fly confeziona un garbato e meritorio esercizio che omaggia il cinema delle origini (mantenendo una rispettosa distanza di meditazione) memore della lezione di maestri come Mack Sennet, Keaton e Fatty Arbuckle, etc.
Anzi a ben vedere, la scansione degli episodi in cui si articola la sfida sembra ricalcata sulla costrizione dei film one-reel, e la scelta dell’inquadratura fissa in profondità di campo, con relativa suddivisione dei piani spaziali, rilancia la memoria fino alle pionieristiche radici delle comiche, al celebre Arroseur et arrosé. Anche il sonoro è utilizzato, ma quasi unicamente in funzione di commento e rinforzo dello spirito archeologico che tiene insieme tutta l’operazione, delegando invece alla mimica elementare e all’orchestrazione dell’andirivieni dei personaggi dentro e fuori del quadro le principali funzioni esplicative e sintetiche. L’immagine, per la scelta della porzione di paesaggio inquadrata e il mancato ricorso alle possibilità caratterizzanti del volto umano, tende all’astrazione degli elementi, introdotti con parsimonia di effetti. Solo l’ultimo segmento del video (che celebra l’ultima decade del XX secolo, marcandone l’anima high-tech) presenta non a caso qualche soluzione di montaggio digitale: ma si tratta di trucchi la cui ironica naiveté non contraddice l’impronta complessiva del lavoro.