XIV – 2006

I premi:

OZU 14

Io so chi sono di Simone Massi
L’animazione dell’artista e disegnatore Simone Massi si aggiudica il premio per l’armonioso bilanciamento tra perizia tecnica e intuizione espressiva, per la felicità del tratto e l’esito pienamente accattivante dell’impegnativo procedimento adottato. Il tema scelto, battezzato dal titolo dell’opera, si presenta come una declinazione poetica dell’istanza identitaria e si presta ad una riflessione sintetica ed emozionante sul senso della rimembranza. La memoria e il radicamento chiamati in causa non sfuggono alla mobilizzazione e alla reinvenzione del segno, alla presentazione fluida e coreutica dei referenti simbolici. Al centro dell’immagine prendono corpo e si inseguono, si allacciano, oggetti affettivi e perciò transitori, la cui scaturigine può essere tanto soggettiva e personale che civile e collettiva: non sono prelevati da un rigido e fisso catalogo istituzionale, ma anzi suggeriscono le nozze, l’intercessione di ricordo e fantasia.
Cineasta “one man band”, Massi tuttavia sceglie per introdurre e accompagnare la suggestiva danza dei suoi frame, i due elementi – gli unici non eidetici, non grafici – della voce narrante e della fisarmonica: questi necessari e non invasivi coadiutori istituiscono un delicato tramite acusmatico con la referenza vitale che precede, sospinge e nutre l’immaginazione.

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA

Giovanni e il mito impossibile delle arti visive di Gabriele Gismondi
La menzione speciale della giuria viene assegnata all’opera del duo palermitano quale riconoscimento ad un lavoro capace di offrire allo spettatore un piccolo ma preciso affresco che descrive, senza giudicare, una realtà sorprendente.
Gibellina è città monumento, ma anche città che vuole essere cantiere permanente, protagonista di un’accelerazione socio-culturale che non può che lacerare. Si è deciso di donare il superfluo ad una terra da secoli abituata a disputarsi il necessario e tuttavia incline per natura al barocchismo ed all’accumulo. Gibellina è un’ utopia come i sogni letterari di Campanella e Moore, uno scarto in avanti, una scommessa il cui esito conferma quanto sia delicato coniugare arte con sviluppo urbano.
Il paese arcaico è il luogo della socialità, della comunione dei destini, dell’interdipendenza. L’arte viceversa è tra le manifestazioni più intense di individualismo che l’uomo conosca. Questo non significa che non vi possa essere arte sociale, ma è necessario anteporre solide basi culturali condivise. Da ciò l’impressione di una città senza cittadini.
Una contraddizione, questa è forse soprattutto Gibellina. Una città che segna l’ora di un campanile nuovo eppure già fermo.
E’ la condizione del pittore dinanzi la tela bianca. Una straordinaria ed irripetibile occasione per essere Creatori.
Giovanni in questo viaggio è una guida preziosa, la serenità nell’accettare la tragedia lo rende per certi versi un personaggio al di sopra della realtà contingente, un Virgilio prigioniero di un Limbo dove è rimasta rinchiusa la sua precedente esistenza e che non ha mai saputo o potuto entrare del tutto in questa nuova dimensione. Di Maggio e Gismondi hanno saputo spremere sapientemente ciò che di comico e malinconico Giovanni aveva da offrire, ricordandoci i migliori esempi di iperrealismo surreale (ancora contraddizioni) di Ciprì e Maresco.
Le parole più dolci la nostra guida le conserva per il suo passato, tra i vicoli ricalcati dall’enorme lenzuolo di cemento che ricopre la città vecchia. Questa è infatti forse l’unica opera di cui riesce a condividere pienamente il significato, quello di velo mortuario necessario al pudore che la morte merita.

MIGLIOR REGIA

Come a Cassano di Pippo Mezzapesa
La giuria intende premiare questo film per la direzione attenta a valorizzare le peculiarità espressive di un cast eterogeneo, che affianca giovanissimi attori a interpreti più consumati, e per la complessiva abilità dimostrata nel produrre un affresco marezzato e vivace della città barese, muovendo tra interni ed esterni, vicoli vecchi e impianti sportivi. All’intenzione realistica che innerva la ricognizione dell’ambiente e la focalizzazione dei caratteri, alla strategia di partecipe pedinamento, si affianca un meticoloso ed efficace sforzo di caratterizzazione dinamica delle singole sequenze e delle riprese, e la cura altrettanto evidente per i valori luministici e i colori del quadro. Intelligente contrappunto all’epica calcistica (fonte mitografica eccellente e modello immaginario nazionale di autodeterminazione agonistica), il ritratto del giovane omonimo di un fuoriclasse del pallone, nato diversamente ma specularmente acerbo, indica, anche con il suggello dell’inserto video in coda, l’opportunità di bilanciare questo mito moderno sull’asse autentico e più sano della sua matrice ludica e popolare.

MIGLIORE SCENEGGIATURA

Baiano di Elisabetta Bernardini
La giuria riconosce nell’impianto narrativo di questo cortometraggio una sorprendente apertura d’orizzonte: la dimensione diegetica necessariamente agile riesce a richiamare e rappresentare, senza correre il rischio di banalizzarli, temi come l’amicizia, la dedizione, la nostalgia. La regista ci parla di comunicazione a distanza, ma producendo uno slittamento di senso, evidenziando una ritualità differente, carica di significati altri rispetto a quelli cui la diffusione individuale della telepresenza e della telefonia mobile ci sta abituando.
Un grande arco temporale, una lacerazione affettiva, uno scioglimento imprevisto ma perfettamente coerente grazie alla disposizione accorta di pochi e intuitivi segnacoli del tempo, sono evocati con la stessa forza d’impatto che lo spettatore si aspetterebbe di percepire forse di fronte ad un testo maggiormente dilatato e digressivo. Avvalendosi di calibrate soluzioni ellittiche, il racconto si mantiene ammirevolmente sobrio, lo svolgimento è perfino riposato, nel solco della migliore tradizione di un cinema classico e umanista, mentre gli interpreti, a proprio agio negli scenari efficacemente costruiti, restituiscono al meglio la toccante sostanza dell’apologo.

MIGLIOR MONTAGGIO

Un giorno o l’altro mi metto in ghingheri di Antonio Zucconi
Il solipsismo e l’isolamento dell’individuo assoluto, condizione economica e morale escussa e messa alla prova in questo lavoro, pare costituirsi come uno degli assi tematici privilegiati attorno ai quali l’opera di Zucconi, come sempre ottimamente assistito da Bolzonella, dispiega le proprie armi analitiche e le amene digressioni. Teso ma meditativo, compresso e ironicamente introverso, il cortometraggio affronta la difficile sfida di un soggetto tanto preciso e riconoscibile quanto riportato al trattamento razionale, diremmo filosofico, di spunti drammatici appositamente liberati dal maggior numero possibile di desinenze particolari. Il dispositivo messo in opera, implacabile conventio ad excludendum, elimina la parola solo per lasciare nuda e inevasa l’urgenza dell’interpellanza e della felice dissoluzione nel sociale, comicamente piegata al più vacuo cliché, ad ipotesi di anodino e festevole trattenimento. Emergono su tutte la cifra dinamica dell’inseguimento e quella figurale e fabulatoria del rispecchiamento.
L’ambiente è un appartamento de-realizzato, luogo mentale, elastico, epitome del quale può essere indifferentemente un frigorifero o un forno a microonde, adattato alla peripezia di Astutillo Smeriglia soprattutto grazie alla sorvegliata giustapposizione dei quadri, al montaggio quindi, eminente catalizzatore del progetto che la giuria ha voluto premiare.